Le bizze della mia voce.

Un cantante lirico afono!

Più di 30 anni come tenore lirico professionista. Eppure sono afono. Mi spiego. Afono, lo sono sempre stato. Un po’ per questo motivo e un po’ perché cantavo da pochi mesi in un coro amatoriale, correva l’anno 1982, iniziai a studiare canto, o meglio tecnica vocale.

Amore a prima vista! Mi sono immerso totalmente in questa esperienza, 3-4-5 lezioni di 2-3 ore ciascuna a settimana. Spendevo tutti i soldi per le lezioni e niente pizze con gli amici al sabato sera. Ma ero felice così.

In pochi mesi la mia voce cantata era trasformata, riuscivo a cantare con un volume enorme senza fare il minimo sforzo, il colore della mia voce era diventato scuro, robusto, sicuro e l’emissione vocale, lavorando insieme all’appoggio sul diaframma, mi dava un senso di onnipotenza, note basse, centrali, acute, tutto diventava facile per il mio canto. Ma rimanevo afono. Nel parlato, intendo.

Nel parlare la mia voce era ed è tuttora un disastro, difetti di pronuncia, una erre moscia combattuta pagando un capitale alla mia logopedista, un fil di voce tale da dover urlare per farmi capire, un tono sfiatato, un po’ stridulo e cavernoso allo stesso tempo. Ma giuro che la voce cantata delle mie registrazioni musicali appartiene a me!

In tutti questi anni mi sono un po’ divertito a giocare questo doppio ruolo, ai miei concerti amici che conoscevano solo la mia voce parlata rimanevano di stucco nel sentirmi cantare ed esigevano spiegazioni, era esilarante. La verità è che non riuscivo a sopportare la voce impostata di molti miei colleghi cantanti lirici che anche quando parlavano, tipo al bar ordinando un caffè, lo facevano usando la voce in maschera e l’appoggio diaframmatico, così che tutti sapessero che loro erano cantanti lirici. Spesso rimanevo senza caffè e in tanti ma tanti mi hanno chiesto “Ahò ma come fai a canta’ co’ sta voce, nun te sento!”.

Guardando la storia curiosa della mia voce da un’altra angolazione, si potrebbe dire però che la tecnica vocale del canto che ho appreso e poi applicato nella mia professione di cantante e di insegnante di canto, questa tecnica, dicevo, evidentemente funziona. Di fatto funziona, con me che sono afono e a maggior ragione con tutti gli allievi (quasi tutti, diciamo il 98%) che ho avuto dal 2004 fino all’attuale pandemia!

Canto emozionale

L’ho sdoganato io!

Intorno alla metà degli anni duemila insegnavo canto in alcune scuole romane di musica e davo qualche lezione privata, spesso a domicilio. Non ero contento. 8-10 lezioni di 45 minuti appiccicate una dietro l’altra non mi consentivano un rapporto soddisfacente con i miei allievi, l’obbligo di dover fare ridicoli saggi di fine anno, guadagni risicati, altre ed eventuali. Volevo “mettermi in proprio” ma mi serviva un’idea, un progetto che mi desse visibilità, che di insegnanti di canto ce n’erano già allora a bizzeffe.

L’idea me la diedero un paio di allievi che avevano delle difficoltà psicologiche, diciamo, a relazionarsi col canto. Scoprii che la tecnica vocale con loro funzionava poco perché c’erano dei nodi da sciogliere prima di poter applicare la tecnica.

Nel tentativo di sciogliere questi nodi feci ricorso alle mie letture e ai miei interessi per lo yoga e le religioni orientali, tentando di sviluppare un rapporto più empatico con quegli allievi, a prescindere dal mero insegnamento della tecnica, lavorando maggiormente sulle emozioni che sull’esercizio dei vocalizzi. Piano piano mi accorsi che funzionava. I ragazzi si tranquillizzavano, erano meno sulla difensiva, diventavano più morbidi nella postura e nell’atteggiamento mentale e io ne approfittavo spudoratamente per incominciare a farli esercitare tecnicamente con la voce. La voce migliorava, la fiducia cresceva e viceversa.

Lavorai molto su questo aspetto e a metà del 2006 lanciai il mio primo website come insegnante di “canto emozionale”. Fu un grande successo. Vennero così tanti allievi che lasciai perdere le scuole di musica, avevo fondato la mia e ci stavamo bene, io e i miei allievi.

Epilogo

Troppe emozioni, poco canto!

Nell’ultimo decennio ho notato un proliferare di “scuole” di canto emozionale. Ho capito che in fondo è facile far leva sulle emozioni dell’allievo ma poi un insegnamento glielo devi impartire, anche perché l’allievo paga per ottenere dei risultati concreti, se vuole imparare a cantare. Se è solo per l’empatia, ci possiamo prendere un gelato insieme e chiacchierare amabilmente, o no? E allora questo “canto emozionale” non mi garba più, questo binomio di canto ed emozione non può essere sfruttato per un’attività professionale. Io utilizzo il canale dell’emozione ma il mio scopo è l’insegnamento della tecnica vocale, così come fece la mia insegnante con me. I miei allievi devono poter sviluppare la propria voce, concretamente, devono poter apprendere ad usarla per quello che a loro serve, sia per divertirsi e per sbloccare delle tensioni che per poter superare un audizione di canto o poter eseguire un concerto a livello professionale . E allora diciamo semplicemente che io insegno canto e tecnica vocale e che funzionano veramente, visto che hanno permesso ad un afono di cantare professionalmente per oltre un trentennio, pandemia permettendo, chiaro!

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